Le mie mani scarlatte vivranno in eterno
sulle pene di chi mi ha amato
Le mie mani scarlatte vivranno in eterno
sulle pene di chi mi ha amato

Un racconto molto vecchio, ancora più che La villa. Forse un giorno la editerò per davvero, magari per far vedere un prima e un dopo, la mia crescita personale. Senza questo capitolo, i restanti perderebbero di significato, quindi ho deciso di inserirla sul sito.

Anche in questo testo ci sono diversi particolari che cambierei, descrizioni e frasi che oggi vedo essere davvero pesanti e poco fluide, inutilmente pompose.

Da lontano.

Lo aveva sempre guardato, sempre e sempre, ma sempre e solo da lontano. Lei era lì, aspettando una scusa per parlargli. Nel suo lungo e sontuoso abito di pizzo bianco camminava per la strada selciata, sporca di fango laddove passavano i carri provenienti da fuori città. E lei viveva aspettando, sull’altro lato della strada, guardandolo come se a dividerli non fosse una strada ma un lungo fiume, profondo e agitato. Onde su onde si accavallavano, pronte a travolgerla, a distruggerla prima che lei si potesse anche solo avvicinare a quell’uomo sull’altra sponda di quelle onde che vi si infrangevano fatte di carrozze, di carri e calessi. Mentre percorreva quella strada – quella lunga strada che era sia Inferno che Paradiso – il sole tramontava, tingendo di rosso il selciato e trasformando l’acqua del fiume in sangue. Il buio si avvicinava più pauroso che mai, il buio che portava il male, il dolore.

Affrettò il passo e arrivò all’entrata della libreria che era appartenuta a sua nonna. Aprì la porta e si rifugiò finalmente al sicuro. Lì aprì il libro scritto da sua nonna. Parlava di amore, di filtri, di magia. Quanto sognava di poter finalmente, un giorno, utilizzare uno di quei filtri. E mentre era assorta in quei pensieri la porta si aprì. Una ragazzina, più piccola di lei di forse quattro o cinque anni, voleva un libro che parlasse d’amore, un amore impossibile che terminasse con un felice matrimonio. Lei lo cercò e glielo consegnò, lo diede in mano a quella ragazza dalla pelle bianca, che risaltava sull’abito in velluto rosso che portava. Rosso, come il fiume al tramonto che li separava, il colore che sanciva la loro separazione. La ragazza pagò e uscì allegra, stringendosi al petto quel libro dalla copertina rossiccia, il colore del cuoio che lo ricopriva.

Il giorno dopo, di nuovo. Lei nel suo candido abito camminava guardandolo, pregando che si voltasse, che attraversasse quel fiume per lei…

Ma stavolta non voleva andare alla libreria ma verso il bosco, verso la casetta di sua nonna. La voleva andare a trovare. Era arrivata al limite della strada, doveva solo voltare per entrare in un’altra via, più piccola, secondaria, dove neanche la luce riusciva a filtrare tanto erano alti i palazzi e piccola la via. Stava per entrarvi quando una voce la bloccò. Era lui. Alto, affascinante, con una voce così dolce che neanche lei se l’era immaginata così bella. La fermò, le raccomandò di non andare oltre perché oltre c’era il Bosco Oscuro, patria delle streghe. Lei sorrise e lo guardò dolcemente.

Lì non ci sono streghe, disse, né mostri di alcun genere. C’è solo una piccola casa dove abita mia nonna per allontanarsi dai rumori di città e passare tranquilla quel che le resta da vivere.

L’uomo non era convinto e si offrì di accompagnarla. Anche se non ci sono mostri in quel Bosco, rispose, i pericoli sono ovunque. Non è necessario andarli a cercare.

Il suo cuore si sentì felice: aveva finalmente attraversato quel fiume rosso, quel fiume rosso non esisteva più. Una volta giunti alla casetta la nonna fece in tempo solo a consegnare una lettera alla nipote, a sdraiarsi sul letto e anche lei attraversò un fiume. Un fiume nero, oscuro, da cui non fare ritorno. Il fiume di Caronte.

Il sole scese per la seconda volta e loro tornarono insieme in città. Lei lo ringraziò e disse che sperava di rivederlo, magari per ricambiare il favore. E lui disse che l’avrebbe incontrata di nuovo, che l’avrebbe rivista, magari nel suo negozio di libri.

La terza mattina lo incontrò al bancone. Lui fu premuroso, le chiese come stesse. Lei rispose con sorrisi dolci, perdendosi nei suoi occhi neri e profondi. Si lasciava lusingare dalle sue parole e passarono così il giorno.

La notte lei sognò. Sognò di terribili eventi e di sua nonna. Sognò di mani rosse, non di sangue ma semplicemente rosse. Un dolce sorriso sul viso di uno sconosciuto, il bianco che si infrange nel buio più assoluto come un vetro che spaccandosi rivela l’oscurità del mondo.

La quarta mattina lui ritornò ma con lui c’era l’altra. La ragazza con il vestito di velluto rosso era al suo braccio. Con il sorriso che si apriva sulla bocca, quel diavolo le annunciava il loro matrimonio. Aspettò che uscissero e presa dalla gelosia rilesse la lettera di sua nonna in cui c’era scritto che era una strega. Prese il libro degli incanti, scrisse una lettera, la fece recapitare e corse nel bosco dove maledisse i suoi nemici.

Aspettò poco, il ragazzo si presentò sulla porta della casa della nonna, lei attendeva, nel suo abito di pizzo bianco, con un pugnale nascosto dietro alla schiena.

Perché? gli chiese.

Non è un scelta mia, ma di altri.

Le lacrime iniziarono a scendere. Rifiutati allora.

Non posso. Lei mi ama. Potrei iniziare anch’io ad amarla. Anche se adesso… in realtà è te che voglio.

Stupido. Allora diventa mio.

Non posso. È come se…

Ma non le importava più di niente, si precipitò su di lui con il pugnale diretto al suo stomaco. Qualcosa la fermò prima. Il corpo della ragazza. Si era messa in mezzo e gli aveva salvato la vita, a discapito della propria. Cadde tra le sue braccia. Ti amo.

Lui estrasse il pugnale dal corpo esanime della ragazza. Corse. La colpì.

Perché? Io ti amo, perché ho fatto…? Ho cercato…?

Lui sorrise, tolse il pugnale, la tenne sollevata da terra. Ma il sorriso non era più dolce, gli occhi erano rossi adesso, non più neri.

Lo so. La baciò. Lo so, proprio per questo. No, non sono le streghe di cui si deve avere paura. La lasciò cadere a terra.

Con passo deciso si diresse verso la casa. Prese il libro dei filtri e lo aprì alla pagina di Amore Eterno, per rileggere l’incantesimo di stordimento e confusione. Lo richiuse di scatto e aprì una piccola nicchia sul copertina dove infilò il pugnale. Per qualche tempo non ne avrebbe avuto bisogno. Due vite d’amore in una volta sola. Non immaginava che anche la ragazzina potesse sacrificarsi, a lui interessava la strega. Ne aveva uccise tante, tante che si erano innamorate di lui.

Con tranquillità uscì dalla casa, richiuse la porta e si incamminò verso un’altra città, dove avrebbe vissuto per qualche tempo e quando sarebbe stato al limite avrebbe preso un’altra vita d’amore, per restare immortale. Per vivere lui aveva bisogno di prendere vite da aggiungere alla sua.

Una vita in cambio di una vita, prolungamela.
Se tu mi amassi veramente,
faresti di tutto per me. E io voglio viverla.
Viverla, viverla eternamente,
Con questo pugnale io ti tolgo la vita.
Con questo tuo amore io prolungo la mia vita.
Con queste mani ti dono tutta me stessa.
La maledizione del pugnale, di chi ama se stesso.
Il pericolo della morte nascerà
Quando qualcuno mi farà innamorare,
Solo allora, uccidermi potrà
E con questo pugnale
La sua vita prolungare
Finché qualcuno non lo farà innamorare.
Ricorda , mio unico amore tenero
Niente è eterno, tutto è effimero.
L’inizio è l’amore,l’amore è la fine
Che il cerchio d’odio si chiuda
Poiché ci attende L’immortalità creduta.
Le mie mani scarlatte vivranno in eterno sulle pene di chi mi ha amato.

Favole
Act 2 | La notte della condanna. Padre, perdonatemi

prossimamente

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