Il mio punto di vista
nella comunicazione di marketing?
Consigli per la scrittura creativa
Sui social si usa il tu o il voi?
Esiste una tecnica di marketing che io non sopporto, non ho mai sopportato e credo continuerò a non sopportare. Più o meno dice così:
Vuoi creare più immersività con il tuo brand? Rivolgiti al tuo target chiamandolo per nome e dandogli del tu, creerai un rapporto di amicizia e fedeltà perché ti stai rivolgendo alla persona.
Ecco, a me, da utente, questa regola infastidisce da morire. Ma andiamo per gradi.
I primi anni su internet
Ho iniziato a “frequentare internet” intorno ai sedici anni. All’epoca non avevo né un computer né una linea, di conseguenza dovevo andare in mediateca se volevo andare sul web: avevo a disposizione un’ora al giorno. Erano le regole della biblioteca. Per questa ragione ho sempre fruito più da osservatrice, ma ogni tanto commentavo sui forum. Poco tempo dopo, pc e connessione sono arrivati in casa da osservatrice sono diventata utente attiva. Ho pure incontrato di persona alcuni admin dei forum che frequentavo. Conoscevamo perfettamente i pericoli a cui andavamo incontro, per cui i luoghi di ritrovo erano genericamente le fiere del fumetto.
Poi arrivarono i social e moltissime persone si trasferirono, fu un cambiamento graduale all’inizio, poi i forum si svuotarono dei visitatori occasionali.
La vera svolta, tuttavia, arrivò nel 2020.
Il 2020: la svolta
Sui social gli appassionati del mondo pop, chi sapeva come si comunica su internet e chi conosceva la netiquette lasciò spazio a un nuovo tipo di utenza, ossia coloro che non avevano mai avuto un pc, ma direttamente un telefono.
Questo profilo corrisponde normalmente ai “genitori” di chi aveva frequentato i primi social (ma non solo, c’erano anche miei coetanei), il risultato è che chi corrispondeva al mio profilo, si sposta. E poi sparisce, anche se attualmente è tornato nei social federati.
Ma quell’anno, i social cambiarono drasticamente: si riempirono di odio, dei famosi buongiornissimo, arrivò in sostanza quel profilo che viene definito “con potere d’acquisto”.
È qui che, secondo me, inizia il problema.
Chi di voi si ricorda quando, nei primi anni, i post su FB erano scritti in terza persona?
“Alessia è felice perché è uscito il nuovo capitolo di Fullmetal Alchemist”.
Non mi riferisco alla feature “stato d’animo”, li scrivevamo proprio così, probabilmente a causa degli stati msn. Quest’abitudine sparisce nell’arco di un paio di anni, ma fino alla pandemia, nel feed vedevo i miei amici e le pagine a cui avevo messo i like e solo ogni tanto qualche sponsorizzata. Sì, le imprese iniziano a creare pagine per pubblicizzarsi. Vi risparmio come siamo arrivati a quel punto, ma sappiate che modifiche alle policy ce ne sono state parecchie.
Nel 2020 cambia tutto: l’algoritmo non mostra più ciò che vuoi seguire, ma ciò che pensa possa interessarti. Nel mio feed ho più consigliati che seguiti.
E la comunicazione pubblicitaria si adegua a quella televisiva e giornalistica:
“Se vuoi un pavimento pulito, usa marca x!”
E la usano anche i content creator.
Ma non siamo in tv, non siamo su un giornale. La differenza sostanziale sta nel target: riviste e canali televisivi sanno perfettamente chi sta vedendo o leggendo cosa.
Una rivista di gossip avrà pubblicità mirate alle casalinghe, i canali con tanti cartoni animati sanno che sono visti dai bambini. È normale quindi rivolgersi col tu, perché so che un bambino vuole un giocattolo o una casalinga il prodotto migliore per pulire il pavimento.
Ma i social, non sono così.
↬ Leggi anche: Il ricevente
I social usano un altro tipo di comunicazione
Sui social vedi tutto di tutti e se non sei abituato a una certa nicchia, quella volta che ti appare un reel su come cucire una coda di pesce ti sembra una perdita di tempo, e commenti di conseguenza: con astio, odio e rancore.
Non voglio giustificare in alcun modo la maleducazione, penso che stia alla persona che entra in una nicchia dover imparare il linguaggio e non il creator a doversi adattare, ma qui stiamo usando una comunicazione tipica di un medium e lo stiamo applicando a un altro che non funziona nello stesso modo. Qui c’è un concorso di colpa.
A questo volevo aggiungere un fattore determinante: il telefono. Se qualcuno mi contatta sul telefono, sta parlando a me. Se su un post che leggo da cellulare si usa il tu, la sensazione che si stia rivolgendo alla persona è ancora più forte.
Credo sia questo il motivo per cui mi irrita così tanto il tu nella comunicazione promozionale, perché so perfettamente che dall’altra parte di me, come Alessia, non gli interessa.
Non gli interessa davvero che voglio dei pavimenti puliti, gli interessa vendere. E a me appare una comunicazione ipocrita, preferisco una comunicazione professionale più impersonale, che non usi né l’imperativo né il tu.
È controproducente? Sì. Lo è. Apparire come la persona forte e sicura di sé è più remunerativo, me ne rendo conto, ma tu e imperativo li trovo aggressivi e preferisco il voi, ossia tuti coloro che mi ascoltano. Tuttavia c’è un caso in cui lo uso.
Quando passo davvero la palla all’utente: quando voglio che mi lasci un commento. Quando voglio creare dialogo.
Se fino ad ora ho parlato a un voi, a una platea e non a una persona nello specifico, adesso mi interessa il singolo parere.
C’è qualche tecnica di marketing che proprio non ti va giù? Ti va di parlarne?
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ma poi è anche un inglesismo di sicuro
in inglese è molto usato, ma sono contesti diversi
In inglese tu e voi usano sempre you, quindi è estremamente probabile. Molte di queste tecniche vengono da un contesto americano, anche i manuali di scrittura.
Ma non tener conto del paese e della cultura di arrivo è un errore grossolano… Io ho deciso che se una tecnica non mi convince, non la uso. Del resto, dipende anche da cosa stai comunicando, dal tov scelto, dal pubblico, dalla persona dietro lo schermo che sta pubblicando. Troppe variabili che chi dice “si fa così” non valuta.